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Dal 30 Luglio al 7 Agosto 2005 si è svolta a Livorno “Effetto Venezia”, una festa cittadina in cui nelle stradine del quartiere “Venezia” che costeggiano il “fosso” sono stati messi dei banchetti che vendevano oggetti di varia natura. Una di queste stradine è stata data a varie associazioni e chiese che si sono date come tema la Pace e la Solidarietà. Anche la chiesa battista di Livorno ha partecipato con uno stand di libri della Editrice Claudiana, con vari cartelloni sulla Pace e con un tavolo per la raccolta di firme per dimezzare la povertà, accogliendo, così, l’invito dell’UCEBI a partecipare alla campagna il cui obiettivo è di sensibilizzare chiese e pubblico proprio sul tema della povertà, affinché facciano pressione sui governi non solo per onorare le promesse fatte in sede internazionale, ma, anche, per fare di più per eliminare le grandi ingiustizie economiche e sociali che attraversano il nostro mondo. Ingiustizie affatto nuove come mostra il nome dato a questa campagna: “la sfida di Michea”. La chiesa battista è riuscita, così, a raccogliere molte firme e a farsi conoscere da livornesi e non, consegnando dei volantini dove viene spiegato chi sono i cristiani evangelici battisti.  La pastora della chiesa di Livorno, Elizabeth Green, nel culto di domenica 31 Luglio ha incentrato il sermone, di cui ne segue una sintesi, proprio sulle ingiustizie denunciate dai profeti come Michea, Amos e Isaia, che sono purtroppo di una attualità sorprendente. «Ripetutamente i profeti denunciano l’uso delle “bilance false”, ossia il commercio “inequo”, pratica oggi garantita dai complessi meccanismi del mercato internazionale a favore dei paesi ricchi. Inoltre, denunciano coloro che “frodano l’operaio del suo salario” sulla quale pratica le aziende occidentali, spostando la loro produzione ai paesi dell’est europeo e del sud del mondo, fondano tuttora i loro guadagni. Non che il povero potesse (e possa) trovare giustizia rivolgendosi ai tribunali i cui capi e magistrati erano corrotti giudicando “per dei presenti”. Per di più questa situazione, in cui il “misero era comperato per il denaro” e vedove, orfani e stranieri venivano sistematicamente oppressi, era accompagnata da una buona dose di ipocrisia religiosa, ossia una parvenza di devozione pubblica contro la quale i profeti si scagliano senza pietà. Michea, però, non si limita a denunciare i mali di allora ma rivolgendosi al paese si chiede: “O uomo, Egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; e che altro richiede da te l’Eterno, se non che tu pratichi ciò che è giusto, che tu ami la misericordia e cammini umilmente col tuo Dio?” L’Eterno richiede che si pratichi la giustizia, in quanto giustizia e fedeltà vanno mano nella mano per la testimonianza biblica. Semplicemente, “se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude le proprie viscere, come dimora l’amore di Dio in lui?” (1 Gv 3,17). Ma Dio vuole che si faccia un passo più in là, non solo che si pratichi la giustizia ma che si ami la misericordia, così tanto da dare, secondo la parabola che sconvolge la nostra idea di giustizia, a coloro che avevano lavorato poche ore nella vigna la stessa paga di quelli che avevano sgobbato tutto il giorno sotto il sole. Infine, che si cammini umilmente con Dio, tra l’altro l’unica di queste tre indicazioni a nominare esplicitamente Dio. Perché? Perché Dio è colui che pone un limite alle nostre pretese smisurate di grandezza, di espansionismo, di predominio. Non si può che camminare umilmente con Dio perché Dio ci ridimensiona, ci rende responsabili. E la domanda alla quale dobbiamo rispondere è quella che Dio rivolse a Caino: “Dov’è il tuo fratello? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” La sfida di Michea è ancora attuale e nel nostro piccolo cerchiamo di coglierla. » 
Articolo tratto da "Riforma"
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